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ARTI VISIVE
Videoprodotti del territorio
Denominazione di Origine Documentata
Il filo conduttore che unisce i Videoprodotti del Territorio è il legame con la terra e con ciò che la terra nel suo divenire rischia di far scomparire, a meno di salvare la memoria storica dei gesti, delle azioni e degli atti dicreazione che sono a fondamento della cultura agreste di cui i video-documenti presentano alcuni tra gli innumerevoli aspetti: il pane, il formaggio, la musica. Nei tre diversi video batte il cuore di una cultura, quella contadina, volta a preservare il paesaggio e a custodire una sapienza antica che è stata tramandata empiricamente e che, nell’era globalizzata dell’apprendimento teorico e virtuale e della massificazione veloce, rischia di perdere le sue peculiarità o, peggio, scomparire.
Il prodotto è dunque inteso in un triplice significato; da un lato ”prodotto” nel senso del verbo “produrre”, cioè “fatto”, “realizzato” nel territorio e che del territorio di provenienza (Castrovalva, Torre de’ Passeri, Spoltore) possiede tutte le caratteristiche di lentezza e di schiettezza. Dall’altro è il prodotto, il bene, la materia la cui creazione è oggetto dei video: il pane e il formaggio come risultato del sudore e del lavoro appreso sin da bambini, osservando e partecipando come in un gioco e di cui nessun manuale o ricettario, eccetto la memoria dell’esperienza, può rievocare il bagaglio gestuale carico di valenze e significati; la musica è il bene territoriale per eccellenza, il prodotto che arriva a tutti, attivo e passivo insieme, e l’uso di strumenti provenienti da mondi minori e dimenticati ne amplifica la portata e i rimandi semantici, strumenti il cui apprendimento avviene necessariamente per imitazione. Il terzo significato riguarda l’uso convenzionale del termine produzione nell’ambito cineamatoriale: si tratta di video-documenti creati con assoluta povertà di mezzi, non-finanziati, quindi non-prodotti, se non dalla terra stessa che lascia un segno attraverso l’esperienza della creazione. Non documentari,dunque.
testo di Sandra Spadaccini