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MANIFESTAZIONI > 2004 1-6 Giugno L'ESILIO DELLA BELLEZZA
I Teatri OFFesi sono insieme dal 2000 in un progetto che
prevede ricerca e sperimentazione a partire dal corpo come “macchina
desiderante”.
Il Teatro è innanzitutto LUOGO. Un luogo ove è possibile
costruire relazioni con le cose
e le persone ed insieme a queste vivere una esperienza di
trasformazione della realtà
interiore relazionale e sociale.
Il Teatro è LINGUAGGIO, che rifiuta i modelli, sceglie lo
sconosciuto e vi si lascia
trasportare.
Il Teatro è STRUMENTO estetico che apre uno spazio le cui
proprietà gnoseologiche aiutano ad avviare processi individuali e collettivi di
coscientizzazione, ad analizzare il proprio passato, nel contesto del proprio
presente e conseguentemente a inventare il proprio
futuro senza attenderlo.
Il Teatro, così inteso, è un teatro ibrido e mutante perché
in continua tensione centrifuga, quando per centro si voglia intendere il testo
e la compagnia teatrale che su questo lavora. L’attacco allo spettacolo è
quanto di più divertente possa esserci poiché esprime tutto il desiderio di
partecipare, di non essere passivi riceventi di un messaggio preconfezionato,
di manipolare a proprio piacimento ed in piena libertà lasciando che il corpo,
prima
delle parole, si alzi dalla sedia e cominci a ballare
freneticamente.
Gli spettatori generalmente indossano la camicia di forza
della messinscena, sono
obbligati al silenzio, si vergognano se hanno la necessità
di tossire o andare in bagno, sono chiamati ad applaudire quando si deve e non
quando gradiscono.
Lo scopo dei Teatri OFFesi non è evidentemente
spettacolare.
Questo Teatro è vita nel senso che, pur non
rappresentandone il VERO, è carnea
sensazione. Una delle sue principali ipotesi base e’ che
“il corpo pensa”, ovvero una
concezione dell’essere umano come globalita’ di corpo,
mente, desiderio ed emozione
dove l’apprendimento/cambiamento vede coinvolti tutti e
quattro gli aspetti, in stretta
relazione. Ognuno di noi è innanzitutto e immediatamente
corpo-mente-emozione-
desiderio ma per arrivare ad un’ autentica espressione c’è
la necessità di scioglierci
dalla meccanizzazione e l’automatizzazione del nostro
pensiero-azione.
Lo spazio-tempo della quotidianità modella la nostra vita,
non si accontenta di rimanere esteriore, ma penetra in ognuno di noi,
determinando dall’interno i nostri comportamenti
e annullando la coscienza del nostro essere più intimo.
Nella vita teatrale l’azione può essere allora espressione
di sé, dell’attore (della persona) perché questi, trovandosi nella possibilità
di farlo (il teatro è luogo del possibile), prova a considerare l’ipotesi che
egli stesso sia diverso, trasformato, mutato avendo semplicemente desiderato di
farlo. Un’azione teatrale usa il linguaggio simbolico tipico del teatro,
il corpo-i corpi in movimento producono senso in un
contesto che non è la vita ma che ne è comunque narrazione.
Il Teatro diviene laboratorio di esperienza, luogo di
comunicazione dei propri bisogni in uno spazio scenico in cui gli spett-attori
(tutti
partecipano attivamente alle dinamiche rappresentate) si
mettono in gioco per risolvere conflitti sia di gruppo che personali o
intra-personali. Attraverso il teatro si stimola la
coscienza di gruppo,
si fa esercizio di espressione di sé, si forma la base per
la costruzione di relazioni libere da ogni forma di oppressione, per combattere
il senso d’impotenza riguardo il cambiamento di sé e della società; ma lo scopo
non è terapeutico.
L’ idea motore dei Teatri OFFesi è quella dell’invenzione
di un
micromondo che può, come attraverso una lente di
ingrandimento,
far vedere i singoli meccanismi di oppressione del mondo
sociale.
E’ un Teatro maieutico, che porta a mettere a fuoco i
problemi
personali e relazionali impliciti nelle strutture
oppressive della società. Di qui si procede ad una loro analisi e alla ricerca
di possibili
strategie di liberazione che arrivino alla costituzione di
un’alternativa materiali della quale si è attori e creatori. In altre parole
Teatri OFFesi è proposta per lo sviluppo della teatralita’
umana
al fine di analizzare e trasformare le situazioni di disagio
malessere,
conflitto, oppressione, ecc., partendo da una precisa
posizione di vicinanza alle realtà sociali più
problematiche.
Ci si muove ai confini tra teatro, educazione, intervento
sociale
e politica. Si fanno vivere conflitti reali, si esasperano
le situazioni
abituali della propria quotidianità al fine di rendere
espliciti i
meccanismi invisibili di coercizione cui si è sottoposti e
arrivare alla consapevolezza delle cause del proprio disagio.
Il fine è provocare una reazione di rifiuto verso quei
dispositivi
sociali che schiacciano la possibilità di espressione e
creazione e prevenire situazioni di malessere e
degradazione
per arrivare ad incidere nei processi di mutamento
personale
e sociale.
Panopticon è uno spettacolo laboratorio ove è possibile che
i
partecipanti, come macchine desideranti, costituiscano la
realtà
scenica e non il contrario.
Un’esperienza particolare: un discorso sul corpo che si
trasformi in un laboratorio collettivo e in una performance. D’altra parte,
come è stato scritto, “le generazioni del XIX e XX secolo si ponevano il problema del ‘che fare’ dal punto di
vista della comprensione della storia. Questa nuova generazione si pone il
problema dal punto di vista del corpo. La questione è, cioè, biopolitica.
Come agire immediatamente il corpo dentro processi di
liberazione? Come piegare l’intelligenza alle strategie dei corpi? Come
lanciare una proposta politica che componga una moltitudine di corpi in una
finalità comune?” (Posse, ottobre 2002). E che cosa può essere un teatro di
cultura sociale se non “ piegare l’intelligenza alle strategie dei corpi?”
Con il Teatro, dentro il Teatro e oltre la società
disciplinare, oltre la società del controllo, dentro il corpo e a lato del
linguaggio, contro gli imperativi categorici e le categorie imperiali e per una
socializzazione individualistica, contro la dittatura del linguaggio e per un
pensiero del corpo senza organi.
I corpi sono rinchiusi, segregati, allontanati dai loro
simili perché venga evitato ogni contatto fisico ma anche visivo; i corpi
segregati, a differenza degli altri, non sono sani o educati o già istruiti o
figli di madre e padre certi, o più semplicemente, sono operai e lavoratori
all’interno di una fabbrica, sono adolescenti in famiglie chiuse e non
comunicanti, tossicodipendenti in strutture di recupero.
La Piramide è luogo di reclusione e per questo di
disciplina; coloro che vi sono rinchiusi sono sottoposti a procedure di
controllo e videosorveglianza, vengono sanzionati se necessario, subiscono
esami e verifiche periodiche, tutto, con un obiettivo di trasformazione: la
Piramide è una macchina che “qualcuno” usa perché i corpi diventino finalmente
docili in un sistema coercitivo e controllato.
La vita nella Piramide scorre nell’assoluto silenzio; ai
corpi segregati non è concessa la possibilità di costruire relazioni, la
giornata è scandita da orari per il pasto, per la toilette, per l’esercitazione
e si conclude con il rito dell’Esame, vera e propria cerimonia del Potere
Piramidale.
Una voce da istruzioni ai corpi: non è importante capire
cosa dica ma prendere coscienza, attraverso il suo ritmico comparire, del
proprio destino di detenuti.
info: www.teatrioffesi.org - www.luoghicorporei.org