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MANIFESTAZIONI > 2007 10-15 Luglio SEMIPROIBITI > Paesaggio e Agricoltura
ECOTIPI E CULTIVAR
Testo di Ferdinando Renzetti
Il recupero di molte
varietà colturali avviene soprattutto dove sono presenti anziani agricoltori
che con tenacia le hanno conservate per il consumo familiare. Tali informazioni
vanno trasferite ad agricoltori più giovani, in modo da creare sul territorio
una rete di “AGRICOLTORI CUSTODI”. Questa operazione di conservazione del
materiale ritrovato, può essere effettuata in due modi: “IN SITU”, cioè presso
aziende mediante la figura dell’agricoltore custode; “EX SITU” mediante la
costituzione di una banca refrigerata dei semi per le piante erbacee e
l’impianto di campi catalogo, per la raccolta di specie arboree. L’Ecotipo è il
risultato di una selezione naturale operata dall’ambiente con grande cura, tale
da modificare il corredo genetico delle specie e favorire l’adattamento alle
varie situazioni locali. L’Antico Ecotipo coincide con il significato di
varietà colturale se l’uomo interviene coltivando le specie vegetali in modo da
creare gruppi genetici che includono varietà domestiche e specie selvatiche
affini, con le quali effettuare incroci artificiali. I Cultivar differiscono
dagli antichi ecotipi perché sono varietà colturali selezionte dall’uomo in
tempi più recenti, generalmente da 15 o 20 anni. Oggi bisogna ripercorrere il
solco di quelle tradizioni per gustare i frutti della terra e dei campi tra i
colori delle stagioni, allora anche l’isolamento antropologico dell’Agricoltore
Custode può diventare una ricchezza se cambiano i modelli di riferimento
attraverso la diffusione di un pensiero forte che vuol dire fondamentalmente
questo: restituire all’agricoltore l’antica dignità di soggetto del pensiero,
interrompendo il lungo periodo durante il quale il pensiero è stato direzionato
da altri. Prima di tutto riallacciare un rapporto solido con le tradizioni
della propria terra: la modernità non significa annientamento della propria
identità ma ricerca reale di un’identità capace di interrogarsi sul proprio
passato e sul proprio valore. E’ il momento giusto per una riappropriazione che
sappia andare oltre gli steccati ideologici usando la tradizione in funzione
rivoluzionaria. La rivoluzione industriale ha firmato l’inurbazione e ha
relegato le zone rurali in uno stato d’inferiorità sociale e concentrato il
potere nelle città. L’urbanizzazione spiana la strada dell’occidentalizzazione
usando ovunque la stessa quantità di risorse, dimenticando le locali. Da questo
deriva un impoverimento in termini economici, ma anche culturali. I pescatori
del sud mangiano pesce come gli abitanti del nord preferiscono il mais, eppure
si fa di tutto per convincerli a mangiare le stesse cose che si consumano nelle
grandi città. Questo è un crimine contro la diversità culturale e biologica e
proprio perché esistono tanti popoli diversi con differenti abitudini e culture
che dobbiamo rifiutare la monocultura veicolata dalla globalizzazione. Si deve
riscoprire il senso della comunità e dei legami intergenerazionali e diventa
molto importante ricostruire un legame con il luogo nel quale si vive. La
globalizzazione ha frantumato le relazioni sociali, trasformando il vicino in
un nemico potenziale. Sappiamo cosa succede lontano, ma ignoriamo cosa accade
vicino a noi. Riacquistare un senso del luogo, significa osservare con
attenzione l’ambiente che ci circonda, capire l’origine di quello che mangiamo,
imparare a riconoscere i cibi stagionali, le piante e gli animali. Si tratta di
un risveglio spirituale che presuppone un legame con la madre terra e con ogni
organismo vivente.