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MANIFESTAZIONI > 2005 2-7 Giugno I VOLTI E LE FORME DELLA TERRA
di Adriana Martino e Antonio Picariello
“I singoli sistemi di segni, sebbene si presentino come
strutture dotate di una loro interna organizzazione, funzionano solo a livello
unitario, appoggiandosi l’uno all’altro. Perciò, accanto ad un tipo di
approccio che permette di costruire una serie di scienze relativamente autonome
nell’ambito semiotico, se ne ammette un altro dal cui punto di vista tutte
queste scienze studiano aspetti particolari della semiotica della cultura
intesa come scienza della corrispondenza funzionale tra i vari sistemi di
segni” (Ivanov - da Omar Calabrese)
È possibile che il nostro passato contenga integralmente le
risposte alla nostra elaborazione attuale di ambiente e territorio. L’idea di
Arte come entità funzionale alla civilizzazione e alla presa di coscienza
sociale non è solo una referenzialità verso l’anacronistica considerazione
della filosofia del bello e del benessere, ma è soprattutto il riferimento
totemico alla condizione ambientale e contestuale entro cui l’espressività e la
ricerca artistica si generano e si producono. Pensiamo, ad esempio, al periodo
francese dell’enciclopedia in cui uomini e donne partecipavano alla crescita
del mondo attraverso un atteggiamento che è tipico del gioco, dello scambio, della
progettualità tramite l’accordo creativo delle riflessioni istintive e delle
profondità analitiche che un gruppo di intellettuali dell’epoca ricodificava (
nel senso inteso da Eco) metodologicamente ad ogni occasione, in cui si
avvertivano i sintomi iniziali dello stimolo, del piacere di rifilare le
riflessioni, di ipotizzare i progetti, di organizzarli nella tempistica, il
gusto di definire l’idea, di concretizzarla nella discussione per poi, in conclusione, strutturarne il prodotto.
Era il tempo delle innovazioni. A metà Settecento si sentiva il flusso della
passione e dello stimolo che ammantava il “gruppo di discussione” , “creava” il
fascino della “creazione”, quel particolare modo di sentire il mondo attraverso il linguaggio; leggero, spontaneo
e fluido. Pensiamo alla catalogazione delle idee e delle tecniche conosciute.
Il prendersi la storia e riportarla alla loro condizione di uomini viventi nel
loro presente, e farne un rilancio per il “circondariato”, per il contestuale
storico. Un “passaggio” comunque, anche per chi in seguito li avrebbe
succeduti, per chi avrebbe sostituito i loro corpi con nuove presenze nei
successivi sequenziali anni a venire. Eccoci qui; adesso siamo noi. Collocati in un punto storico geologicamente
infinitesimale da questo magnetico
punto zero inventato dagli amici
Diderot e D’Alembert, e continuato (per nostra reciproca
considerazione di corrispondenza) dagli “amici” (esempio emblematico per le
contraddizioni del ‘900) Zola e Cézanne e via via crescendo o decrescendo fino
al nostro attuale punto zero. Noi di adesso con i nostri corpi viventi, le strutture articolari che ci permettono
di muoverci e di modificare il mondo con le azioni. Noi, con i nostri
pensieri proiettati nelle
ipotesi deduttive rincorrenti le immagini inconsuete, che nessun paesaggio
naturale può riproporci senza equivoci. Noi compressi nelle file demografiche
concentrati con i nostri allenati sensori nella ricerca del metodo per i nuovi
sistemi di progettualità del mondo e della continuità (J.Rykwert). È l’istinto
comunitario che ci segnala la necessità di riformare con una nuova serie di approccio i tentativi in cui potrebbero concorrere sinesteticamente tutte le sensazioni
percepibili, veicolate dai nuovi canali di trasmissione e di ricezione. Canali
che da tempo hanno separato il concettualismo ipotetico degli anacronistici
pensieri canadesi di McLuhan, a favore della leggerezza che si respira
attraverso i prodromi visionari epidermici degli artisti che rispondono ai
nuovi richiami delle città e degli ambienti prefuturibili e pionieristici di
questo tempo. Si tratta di ricerca sottile per nuovi linguaggi, che dovrebbero
oltrepassare l’assecondamento delle esperienze e tentare il salto verso nuove
dimensioni, oltre ogni possibile
mercanzia prodotta dai messaggi e dalle elementarità strutturali della
significazione esplosa nel secolo scorso. Architettura e arte adesso, come nei
periodi di saggezza del passato, si fondono e diventano tutt’uno. Diventano
progettualità e speranza, come enunciava profeticamente negli anni settanta
Tomas Maldonado. Diventano messaggio e comportamento, abitazione e coscienza. Diventano strumenti di evoluzione che ci uniscono nella selettività
naturale del sogno proteggendoci, in
qualche modo, nel mondo da svegli,
dall’assalto polisemico delle informazioni che ci attaccano in “forma di
guerriglia” dall’ultimo dopoguerra. Anche gli attimi Bachelardiani in qualche
modo sono stati sostituiti dalla nuclearità
dei condizionamenti a catena: in
un Pianeta che respira comunicazioni destrutturate, l’estrema lucidità e
profonda coscienza dei sogni ci aiuta a
ridefinire il senso del mondo. Bisogna ripartire dalla pelle. Lasciare alle
spalle il vissuto e lo sperimentato.
Bisogna essere impavidi nelle idee e nel comportamento, nei
sogni contemporanei come nell’idea del vuoto del teatro del “Nô” e del “Kabuki”
giapponese, come nella nostra Commedia dell’Arte e nei nostri precisi
allenamenti accademici. Dovunque, nell’arte come nella semplice promenade nel
paesaggio appagante di Spoltore, i
fantasmi ci riempiono di domande
come in passato: i fantasmi dell’età classica hanno ossessionato
Foucault con la forza creativa della follia. Le sue indagini condotte con una metodologia di carattere
strutturalistico che si assume la responsabilità di definire le chiavi
ermetiche tra sapere e potere,
mettono al centro dell’investigazione
il concetto di “episteme”, l’infrastruttura cioè mentale tipica di una determinata
epoca che sta alla base delle credenze consapevoli e del patrimonio teorico
degli uomini e delle donne che la vivono. Di coloro che hanno articolazioni e
muscoli per adornare le azioni di cambiamento e arredare il mondo che le
ospita, per il solo periodo
generazionale contrattato con la natura e la storia. È il nostro presente che
ci obbliga a vivere nella dignità e ci impone di resistere nell’esistenza. Sono
le strutture di pensiero che preesistono alla produzione degli individui. Sono i fantasmi della continuità
storica, i detentori di archetipi suggeriti in segreto agli artisti
indipendentemente dalla loro volontà e dalla loro capacità progettuale. È il
centro consapevole intorno cui si muovono a spirale gli atti della creatività,
il centro della cultura che struttura
la profondità dell’inconscio sul
piano cosciente dell’immaginazione collettiva, nell’immagine comune della
città. È il progetto rivisitato dell’Encyclopédie che desiderava la catalogazione di tutte le conoscenze acquisite
dall’umanità, mentre il suo vero senso sotteso
mirava a una critica dei fanatismi religiosi e politici e a una apologia
della ragione e della libertà di pensiero. Tutti quegli uomini e donne ci
pongono domande per sondare il nostro modello di visionarietà e ci enunciano
punti di vista e metodologie di analisi per dare senso concreto alle nostre
proliferanti discorsività retoriche parallele, al mondo reale che ci costringe
a guardare il cielo con gli occhi degli uccelli e il paesaggio con la
leggerezza dell’umanità, a cui, ancora, il modello creativo ed espressivo
dell’artista in qualche modo resta attaccato e resiste, difendendoci dalla
dispersione delle identità con la forza dei nuovi linguaggi che a volte, come
qui, si sostengono e si approvano l’uno con l’altro, come scudi di Achille e
archi di Odisseo, nella mitologia e nei sogni.
È questo l’omaggio “Antigravitazionale”, “Pneumatico” e “Archetypo” che Nino Barone, Igor Cascella, Angelo Colangelo, Mario Costantini, Enzo De Leonibus, Gaetano Di Francesco, Maira Fragassi, Franco Fiorillo, Anna Guillot, Enzo Guaricci, Igino Iurilli, R. Luigia Maggiore e Gino Sabatini Odoardi con la loro sottesa antiguerriglia propulsiva ci dispongono, per arredarci l’inconscio e la consapevolezza con una lucida visione “Esocosmica”. Una “Weltanschauung” di artisti nel paesaggio abruzzese, al servizio del nostro “Endocosmo”, tanto caro nei suggerimenti sottili di Fosco Maraini e dell’ironica verità sperimentale di Tiziano Terzani. Fantastici simulacri per il nostro episteme, che questa volta sembra abbia deciso di ricominciare con un solare Passaggio a Sud, di riprendersi i colori del territorio, rinunciando all’ornamento algido della retorica medianica e del dorato barocchismo protocollare della storia e dell’Arte.
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