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MANIFESTAZIONI > 2004 1-6 Giugno L'ESILIO DELLA BELLEZZA
In questa sezione, dedicata
al tema della “Levità”,
ho cercato di evocare,
attraverso la Fotografia/Sguardo
del Gruppo Stimmung
(Giovanni Bucci, Paolo Dell’Elce,
Armando Di Antonio, Attilio
Gavini, Pasquale Palmieri, Dino Viani),
di Ennio Brilli, di Enrico
Speranza, di Yoko Yamamoto,
della giovanissima Eugenia
Romanova, e la Pittura/Gesto di
Rossella Di Clemente (il
cui mondo espressivo è fatto di materiali precari,
veline e fogli di
quaderno), la leggerezza: la traccia lieve che lascia il pettirosso
sulla neve fresca, semplice
metafora zen che evoca tutta la precarietà del reale,
l’evanescenza dell’attimo e della forma in altri momenti; in altre forme.
Lo sguardo lieve.
di Paolo Dell’Elce
La Fotografia, a differenza
della Pittura (che ha una componente gestuale, e può attingere direttamente
all’immaginario, alla fantasia, come al ricordo), è una
tecnica artistica che non
può prescindere l’oggetto, il dato esterno rispetto ad un soggetto, il
fotografo che opera. Anche quando si scattano fotografie senza un
riferimento a qualcosa di
palesemente esterno, la semplice azione della luce sulla pellicola, come nel
nostro occhio, è già un riportare ciò che è fuori e per questo motivo
esiste. Per molto tempo la sua
peculiarità è stata questo forte riferimento al vero oggettivo, probabilmente,
più per convenzione che per un’effettiva aderenza a questo concetto. Da sempre
si è avuta la necessità di stabilire una corrispondenza tra un oggetto e la sua
immagine riprodotta, la Fotografia ha assolto questo compito meglio di
qualsiasi altra tecnica di rappresentazione, meglio della Pittura, forse anche
perché il mezzo fotografico, la “macchina”, apparentemente, garantiva
un’”impersonalità”, quindi l’oggettività, ma anche perché l’immagine ottenuta
era una diretta conseguenza dell’azione della luce, una sua impronta spontanea,
un’aderenza dell’oggetto alla propria immagine, come un’ombra.
Oggi questa
verosimiglianza, è stata giustamente rimessa in discussione, e la
Fotografia ha potuto
recuperare il suo statuto artistico e, in quanto tecnica
espressiva, linguaggio,
affrancarsi dalla sudditanza verso la Pittura; come
qualsiasi tecnica
artistica, anch’essa allora può generare una nuova realtà
estetica: la realtà
dell’”opera”.
La Fotografia, ha il
privilegio di concepire l’immagine a partire da elementi lievi,
la luce, la grana della
pellicola, l’acqua nella quale affiora l’immagine.
Essa media le istanze
visive del pensiero, e si fa sguardo, riflessione del reale.
Lo sguardo è proprio questa
riflessione della realtà. La realtà che si mostra,
si fa visibile e vivibile.
Lo sguardo è un modo di
partecipare alla vita.
Lo sguardo dell’uomo
spazia, dimensiona, respira, tocca, accarezza,
materializza la realtà,
rapprende il visibile, lo fluidifica e infine lo trascende,
producendo l’invisibile.
La Fotografia è il medium
ideale tra il visibile e l’invisibile, quel territorio
sospeso dove riposa la
bellezza.
Lo sguardo lieve è il
battito di ciglia che fissa, sottraendola al dominio
del Tempo, La bellezza
mutevole, precaria.
Lo sguardo lieve denota la
differenza, lo scarto temporale, tra soggetto e
oggetto, tra chi vede e chi
è visto, uno scambio di fluidi vitali che cristallizza
l’esistente in un’idea, in
una forma.
Lo sguardo lieve produce
l’immagine fotografica: la fotografia.
Una fotografia
esteticamente interessante, spesso, nasce da un incontro,
è il risultato di una
percezione particolare, uno svelamento. Il fotografo si
accorge, sente, di aver
colto quel “non so che” che costituisce un enigma
del visibile. Nel senso più
appropriato del termine egli “coglie l’attimo”,
la sua essenzialità
manifesta, nella complementarità di luce e ombra.
Lo sguardo accede alla
dimensione del Tempo/Luce, dove un modulo
temporale, l’istante,
corrisponde ad un fenomeno della materia: la luce.
La materia luminosa, genera
l’immagine immateriale della fotografia:
il fantasma.
Questa natura fantomatica
avvicina la Fotografia al sogno. E nel sogno,
come in una fotografia, il
Tempo è sospeso, nel sogno, come in una
fotografia, l’azione è
immagine, il movimento forma: la vita trascende
esteticamente se stessa - e
chi partecipa del mistero di una fotografia subisce questa trascendenza - come
colui che sogna. Si sogna ad occhi chiusi,
rievocando immagini
latenti, tracce mnestiche, dando libero sfogo alle
suggestioni, alle visioni
che il mondo imprime nella cera molle della nostra psiche, su quella pellicola
che è l’anima. La vita vissuta, nei sogni come nelle fotografie, ritorna in
forma di luce. La luce custodisce l’immagine primordiale della vita e la
perpetua.
Trattando la Pittura,
abbiamo rilevato la sua valenza espressiva correlata al gesto. Lo sguardo, in
questo senso, è mediato dalla mano dell’uomo,
Heidegger sosteneva che la
mano dispone dell’essenza dell’uomo, la mano trasfonde nella materia della
Pittura i significati umani elaborati dallo sguardo: il gesto è un moto che
produce l’opera, un
principio generatore
di realtà. E la
Pittura/Gesto affida la nuova realtà dell’opera
alla contemplazione dello
sguardo; attraverso lo sguardo questa nuova realtà, che non è ancora vita,
incomincia a farsi visibile e vivibile, a penetrare nei tessuti della materia
sensibile, la carne, come nuova linfa, rigenerante.
Se lo sguardo è un toccare
con gli occhi, il gesto è un guardare con il corpo, guardare e lasciarsi
guardare, offrirsi allo sguardo.
La Pittura/Gesto accentua
questo principio del darsi, come la Fotografia/Sguardo rileva il principio
opposto del trattenere,
del tenere per sé,
custodire. La Fotografia, è l’atto di riportare dentro, laddove la Pittura è
sostanzialmente un cacciar fuori, dare corpo e materia ad un’idea.
Lo sguardo ha una valenza
preconizzante, prefigura, completa
lo spontaneo mostrarsi
dell’oggetto, lo va definendo secondo quella forma-immagine che ha intuito
nella pre-visione.
Questa componente dinamica,
lo assimila al gesto, in particolare al gesto dello scoprire, togliere, il velo
che ricopre l’oggetto.
Lo svelamento ci pone di
fronte all’apparire dell’oggetto,
le cose del mondo si
mostrano in un luccichio fulmineo e
indistinto in un orizzonte
spazio-temporale, dove spazio e tempo, come suggerisce María Zambrano sono
forme della sensibilità, della nostra vita sensibile. Con l’esperienza della
nostra vita, diamo senso alle cose, al loro mostrarsi, al loro esserci.
La superficie delle cose è
l’epitelio, la pelle semipermeabile che permette uno scambio, un passaggio di
flussi, di particelle aurali.
La cosa si dà nella sua
immagine e l’immagine è una porta;
che schiude significati,
simboli, verità.
La bellezza è oltre questa
porta e lo sguardo può coglierne
la levità, l’impermanenza.
La pienezza della Luce e il
suo rifluire nella Tenebra.