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Il bene della bellezza

MANIFESTAZIONI > 2004 1-6 Giugno L'ESILIO DELLA BELLEZZA

Il bene della bellezza

Il bene della bellezza

di Franco Trequadrini

 

 

 

“E più sento il bene di questa bellezza”: queste parole sono state scritte da

Michelangelo ed è significativo che sia stato proprio un artista a scriverle.

Michelangelo che, terminato il Mosè, gli lanciò contro il martello gridando

“parla!!!”, ha cercato sempre di far vivere nella sua arte l’equilibrio naturale

tra l’uomo e l’universo e nella plasticità delle forme è andato oltre il limite

imitativo e verso le ragioni del suo essere nel mondo. Non è, questo, un

concetto legato al classico “bello e buono” (Kalokagathòs) nel senso di

“ciò che è buono è bello”.

È a questo concetto che dobbiamo dar valore e forza per sottrarci al processo

di omologazione culturale.

Non è certo sperabile che la società possa contrastare il processo di

globalizzazione economica e commerciale in atto poichè essa non può

ingaggiare una lotta impari, che la vedrebbe perdente, contro i grandi capitale

e i poteri forti che lo determinano, ma possiamo almeno - e dobbiamo - evitare

la globalizzazione delle coscienze, il pensiero unico e l’impoverimento culturale

e spirituale che ci sta colpendo. L’uomo sta oggi perdendo il senso dei mezzi

e dei fini, dal momento che la cancellazione dei tratti simbolici ha prodotto

l’oscuramento di ogni orizzonte di senso: egli non sa dove viene nè dove deve

e vuole andare, l’individualismo gregario, frutto tipico della globalizzazione,

lo ha lasciato libero di fare quel che fanno gli altri e si è perciò rassegnato

a vivere nei non-luoghi dove, insieme con i suoi simili, è omnia possidens,

nihil habens.

Vediamo anche con la riforma della scuola, che confonde le “materie” con gli

strumenti, le “educazioni” ovvero le istruzioni per il miglior uso dei migliori

mondi possibili, con l’educazione nella sua interezza, nel senso più alto e

nobile del termine che il progetto di formare un individuo che vale soltanto

come pezzo da inserire nel ciclo produttivo dà esito a quello di formare non

già dei cittadini ma dei sudditi che vivono nei casermoni delle periferie e

non relazionano tra loro, con bambini senza più stupore nè fantasia.

A questo è possibile reagire dando una significazione sociale ai nostri progetti

ed estendono lo spettro della nostra azione: non più conservazione pura e

semplice del territorio ma consapevolezza di quel che siamo e del nostro

essere “noi” e non solamente “io”; territorio non più come capitale della

memoria ma memoria come punto di lancio verso l’avvenire: scoperta del

gusto di dialogare e di provare nuove forme di dialogo, formazione di un

immaginario collettivo alternativo ed originale che tragga dalla

cultura-patrimonio gli anticorpi contro l’invasione di forme pseudoculturali

che sono estranee e artificiali.

Insomma, una “pedagogia del territorio” per raccontarci, esprimerci,

comunicare nei linguaggi simbolici per gettare un ponte tra noi e gli altri,

che sono sempre più lontani, dall’altra parte dello schermo all’interno del quale

tra uno spot pubblicitario e l’altro vediamo guerre, uccisioni e massacri come

stessimo guardando una fiction o un teatrino televisivo, senza la forza di

gridare il nostro sdegno e il nostro dolore. Anche poter piangere per questi

orrori è “bellezza”: è bellezza ciò che nella nostra quotidianità ci rimanda

un’immagine non deformata di noi, ed è una bellezza per la quale

dobbiamo lavorare, credendo.

 

 

 


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