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MANIFESTAZIONI > 2004 1-6 Giugno L'ESILIO DELLA BELLEZZA
a cura Maria Jenie Rossi
L’antico Palazzo Scassa di
Spoltore, alla vigilia dell’imminente restauro che lo restituirà all’uso
abitativo, è stato scelto come sede della mostra d’arte contemporanea “Dimore”.
Certamente perché il suo stato di abbandono lo fa apparire come emblema di
“bellezza esiliata”, espulsa per trascuratezza, degrado, abbandono pur avendo
regnato tra quelle mura. Una bellezza decorosa, mai superba che insiste nei
particolari ancora visibili ed è intrisa fisicamente in quel che resta anche
come stile, concetto della vita trascorsa lì dentro. Ma soprattutto perché
Palazzo Scassa è spazio abitativo pregno della ragion d’essere di ogni dimora:
luogo fisico in cui dipanare giornalmente il filo della propria vita e insieme
spazio ideale che condensa memorie e sensazioni di esistenze passate ma non
finite del tutto, ancora presenti come essenze di pensiero e testimonianze di
vicende pubbliche e private, di fortune alternanti. E di conseguenza adatto
a ospitare una mostra
d’arte contemporanea che voglia misurarsi con l’uomo e la vita quotidiana entro
le mura domestiche.
Da qui il progetto di far
realizzare le opere in loco chiamando
gli artisti a liberare la
propria creatività negli spazi esistenti,
invitandoli a saggiare
l’atmosfera del Palazzo e consentendo
d’intervenire materialmente
sull’edificio in maniera confacente alle
singole sensibilità e
scelte tecniche. Perché l’arte non sia monopolio dei soliti luoghi eletti,
gallerie e musei dagli spazi depurati e anonimi, ma occupi l’ambiente domestico
e si svolga lì dentro, nella
quotidianità delle altre
funzioni primarie. Perché l’arte non sia
prerogativa di “altri”
ambiti, estranei alla comune dimensione
dell’uomo. Ma si misuri e
si rapporti agli spazi familiari, reclamando un ruolo importante nel contesto
abituale del vivere giornaliero e
verificando così un
rinnovato rapporto tra passato e presente.
Gli artisti presenti hanno
operato nei vani aperti e negli angoli bui, sulle pareti, sui soffitti, lungo
la gradinata. Ma più di tutto hanno
saggiato se stessi in
rapporto agli ambienti del palazzo creando un’atmosfera rinnovata ove il
proprio pensiero s’innesta nello
svolgimento di saghe
sconosciute ma intuibili, lontane nel tempo ma sempre attuali, sature di
sensazioni mai consumate.
Addossati alle pareti delle
prime sale i pannelli monocromi di Cecilia Falasca, sono una ventata
d’improvvisa rinascita per via della
superficie ruvida,
impastata con polveri di marmo che richiama
intonaci recenti, accurati.
Una singola curva a rilievo li percorre tutti
e li collega sconfinando da
un pezzo all’altro: in verticale se sono Espansioni, al contrario per comporre
Orizzonti. S’adattano a un filo di un pensiero dal flusso regolare che si snoda
sul fondo neutro e si confronta con il tracciato a grafite di onde
rigorosamente parallele, sensazioni fragili e ripetitive come cerchi
nell’acqua.
Accompagnano la gradinata
che collega i tre piani, dal solaio al
pavimento, due tele di
Stefania Di Bussolo con impressa a carboncino
in caduta libera, una
sequela di ciotole - elemento ricorrente nella
produzione dell’artista,
qui presentate in forme essenziali, eleganti,
primordiali eppur
attualissime. Giganteggia il senso della caduta assieme al rumore della
stoviglieria, soprattutto nel silenzio della casa e delle cucine, inattive da
tempo. Nella solitudine delle tavolate, deserte da tempo. Silenzio e solitudine
che fanno intuire episodi
innumerevoli di quotidiana
convivialità.
Salendo al primo piano,
nello spazio finale della gradinata e il vano di una porta murata, Gabriele Di
Labio percorre un tempo ideale che si protrae nella casa dall’infanzia
innocente e incerta alla maturità piena e cosciente. Tutto segnato dalle
impronte digitali che dapprima, sulla parete, sono segni di andatura esitante e
in cerca di sostegno, tracce ad altezza di bambino lasciate dalle dita sudate,
appiccicose.
O semplicemente sporche di
marmellata. Poi, nella nicchia, quelle impronte diventano un sistema
organizzato che descrive, con
partecipazione diretta,
fisica, dell’autore, l’evento improvviso che in un solo istante cambia una vita
intera, chiude l’orizzonte, tramuta una porta aperta sul mondo in un muro che
da quel mondo esclude. Lasciando il pensiero a meditare su quell’istante che
l’orologio
dell’anima non potrà mai
misurare.
Nella stanza attigua,
Stefania Silvidii ordisce un cielo ritagliato su tre pannelli dipinti sospesi
al soffitto. Un cielo denso ma sereno, animato da ampie, morbide gradazioni
azzurre e dal gioco plastico dei
pannelli stessi sospesi ad
altezze diverse. Con dentro la suggestione del bianco che stacca, si dimena, si
spezza curvando. E riappare a sorpresa su altro pannello. La forza totalizzante
del cielo esalta il valore della stanza, ne ridefinisce l’aspetto. E costringe
lo sguardo a salire, libero di volare senza limiti. Spinge in alto il pensiero
a sfiorare il solaio, lieto di misurare nuovi orizzonti.
Varcata la soglia, s’apre
il luogo della memoria documentato da Zeno Rossi nel suo aspetto più garbato
grazie a immagini selezionate in
ossequio alla bellezza, al
valore del ricordo. Sono tele elaborate con sistemi a controllo digitale sulla
contaminazione del vissuto che si materializza nei sedimenti di scorie
vegetali, garze e indumenti
incollati sulla superficie.
Ne scaturiscono quadri di reminiscenze,
flashback deputati a
primeggiare negli angoli nascosti della dimora quando toccano i pensieri
privati e le sensazioni intime, nei luoghi più in vista quando mostrano
avvenimenti d’interesse
notevole. Avendo sempre
cura di suscitare sensazioni positive
attraverso immagini scelte
privilegiando il valore estetico.
Sullo stesso piano ma non
sulla stessa onda, Angelo Colangelo inscena stracci bianchi legati a mo’ di
pupi, li lascia penzolare dal
soffitto, appesi. Forse
impiccati. La trama dei tiranti fende lo spazio e accavalla l’ombra
all’intreccio di pensieri neri, quelli che possono
correre ad Abu Ghraib o
altrove, ben sapendo di torture e torturati. Di vinti e mai di vincitori.
Quelli che t’inseguono ovunque e non ti danno tregua. Sospinti tra il bianco
dei teli e il pallore della morte, sono fantasmi - più miseri che offensivi -
nati per imbiancare le notti. Insistenti, ammassati negli angoli, occupano le
ore del giorno con inquietudini che rabbuiano la mente.
Di sopra Igor Cascella
ricolloca sulle pareti frantumi di intonaco, reperti esaltati come
testimonianze originali attraverso la sua
personale rilettura e
l’innesto di presenze nuove. Dispone - o rinviene lì stesso, come da uno scavo
tra le macerie - due mani di pietra.
Antitetiche per colore: una
bianca l’altra nera. Per gesto: una porge l’altra prende (o ghermisce?) Un
dialogo sobrio e arcaico tra opposti, antico e mai concluso. Tra modi e
situazioni che si negano a vicenda ma che persistono ciascuno con la forza
delle proprie ragioni
esistenziali. Un dialogo
alternante in cui prevale ora l’una ora l’altra verità, mostrando nel buio una
scommessa di luce. E nella luce una pausa di oscurità.
Vicino s’apre la Camera dei
giochi di Antonio Matarazzo narrata con il lessico specifico dell’artista:
figurazioni ordinate tra inserti d’intonaco e squarci di mosaico. Dipinta
direttamente sulle pareti partendo dal punto luce della finestrella d’angolo,
tutta la stanza sembra girare intorno allo spettatore con una giostra di
cavalli simili ma non ugualmente definiti: alcuni sono completi in ogni
particolare, altri disegnati, altri appena abbozzati. S’inseguono nel girotondo
come affiorando da vite precedenti, dalle infanzie passate di altre
generazioni. Assicurano gioco e spensieratezza, colori vivaci e grida festose
anche all’infanzia d’oggi. Che non può e non dev’essere solo squallore di abusi
e sfruttamenti, che può e dev’essere ancora un giro d’allegria sulla giostra,
in groppa al cavallino preferito.
Accanto, uno spettacolo
primordiale: la Centauromachia di Mario Costantini dove un “lapite” - ominide
dalla volontà di pietra, saldo su se stesso come roccia - affronta disarmato e
disarmante le sagome nere dei centauri minacciosi, stilizzati a tutta parete in
forme
essenziali. Il pensiero
affonda in epoche remote e s’interroga su
personaggi mitici capaci di
gesta epiche, numi tutelari della dignità
dell’uomo, eroi mai stanchi
di figurarsi orizzonti liberi.
Eroi impegnati in una
battaglia che dura da sempre e per sempre: quella dell’uomo solo contro le
ombre gigantesche e minacciose
della forza bruta che
atterra, della prevaricazione che inibisce,
della massificazione che
stupidisce.
23 maggio 2004
Giovanna Coppa