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Costume e società a Spoltore

MANIFESTAZIONI > 2007 10-15 Luglio SEMIPROIBITI > Settore Tradizioni Popolari

Primi anni del 1700: a Spoltore si stabilisce un dislocamento di militari spagnoli

Costume e società a Spoltore tra ‘600 e ‘700

Testo di Maria Concetta Nicolai

 

Primi anni del 1700: a Spoltore  si stabilisce un dislocamento di militari spagnoli. Il liber defuctorum che va dal 1693 al 1724 registra la morte di Lazzaro Albares di anni 23 (3 luglio 1703) di Michele Muras da Majorca  di anni 22 (27 settembre 1703) e di Michele Baluis del Principato delle Asturie, di anni 25 (17 novembre 1703).

Per la sua vicinanza al forte di Pescara le alture del paese, infatti, costituiscono una ottima postazione, qualità che viene qualche anno dopo sfruttata anche dalle truppe austriache che vi  organizzano una vera e propria piazzaforte con grave disagio per la popolazione, già, a dir poco, sconcertata dall’albagìa del nuovo feudatario il duca Figliola, succeduto alla più mite famiglia Pinelli.

Questo il quadro degli eventi. Ma la vita in quegli anni a Spoltore com’era? Una qualche traccia è rilevabile, oltre che dai fatti storici, dai registri dell’Archivio Parrocchiale che coprono un arco di

tempo che va, per quanto riguarda i battezzati e i morti, dal 1619 alla fine del XIX secolo.

Per la registrazione dei matrimoni bisognerà attendere il 1698, almeno stando alla documentazione pervenutaci, poiché è ipotizzabile, anche in considerazione dei voluminosi fondi notarili conservati presso gli Archivi di Stato di Teramo e Pescara, che la tenuta dei registri, come da prescrizione eclesiastica del Concilio tridentino, sia cominciata molto prima.

Ma poiché conviene stare ai fatti, allora esaminando quello che ci è pervenuto, apprendiamo che  in quel torno di tempo le nascite a Spoltore si attestavano intorno alle cinquanta unità annuali, le morti intorno alle venti, i matrimoni meno di dieci l’anno. Tra i nati è da sottolineare il significativo numero di esposti (2 -3 l’anno) che c’è da credere venissero poi allevati dalle rispettive  famiglie poiché molti arrivano all’età adulta, e un ugual numero di figli naturali registrati con l’indicazione della maternità.  Che siano l’effetto di tante truppe che quì, aspettando di combattere, cercavano più piacevoli distrazioni? O molto più verosimilmente del nobilitato e del celibato d’elite imposto per l’integrità del patrimonio familiare? Dalle scritture dei mortori emerge un’interessante mobilità della popolazione proveniente non solo dai centri limitrofi(Città Sant’Angelo, Penne, Pianella), ma anche dallo Stato pontifico e da altri luoghi ancor più lontani. Tra il 1620 e il 1692 i defunti nati altrove sono oltre 500, tra cui uno spagnolo e tre tedeschi.

Ci si trasferiva a Spoltore in qualità di servitori o di socci. Era d’uso infatti che i latifondisti, spesso residenti altrove,affidassero le loro masserie a gente del proprio paese. Con lo stesso principio le proprietà della Chiesa erano di solito curate dai sudditi dello Stato pontificio. Villa Santa Maria, fondo di Santa Maria della Piazza o Villa prepositi, come era allora chiamata la popolosa frazione di Spoltore era per lo più abitata da famiglie provenienti da  Senigaglia, Fermo Ascoli Piceno, Santa Casa di Loreto, in una parola dalla Marca, importante regione dello Stato pontificio, così come qualche secolo prima era stata popolata dai coloni greci. In paese invece arrivavano mercanti e artigiani. Tessitori e tintori da Palena, da Bucchianico, lanaioli  e gualcatori da Pettorano, Pinciari e fornaciari da Gessopalena, Fabbri in genere o in particolare fonditori da Penna Sant’Andrea,  eba-

nisti da Civita di Penne, commercianti da Ortona, Vasto e Lanciano.

Nel 1654 si annota la morte di un certo Simone Donai di anni 11, figlio di paron Hippolito da Chioggia, giunto a Spoltore, con ogni probabilità, per il trasporto delle merci sulla sua barca lungo l’Adriatico. Il paese mostra un aspetto dinamico, aperto a buone possibilità di lavoro, in crescita e per di più d’aria salubre, arroccato com’è intorno al colle del Castello.

Gli anni della grande peste che altrove decimano la popolazione, qui registrano solo un significativo incremento che porta i decessi ad un massimo di ottanta casi annuali e non tutti imputabili all’epidemia. Nel periodo indicato gli ottuagenari sono più di 50 con la punta massima di un  Alessandro Panetto di 97 anni e una Silla Baiarda di 95. Né mancano i centenari come Giuseppe Di Sabatino alias la cecala e Arcangelo De Juliis, ambedue morti nel 1784.

Movimento e crescita però hanno anche qualche aspetto negativo.  Il secolo XVII è quello dei delitti. Tra il 1655 e il 1686 le morti violente, come registra senza altri particolari il Liber defunctorum sono  oltre 30, tra cui spicca, per la notorietà dei personaggi, nel 1668 l’uccisione rimasta impunita del dottor fisico Pietro Lauri e di Francesco suo figlio chierico.

Ma lo stesso anno subiscono la stessa sorte Baldassarre e Giovan Domenico Conte, Olimpia Trabocco e la figlia Domenica, Carlo Chiarelli e Domenico Moglica, solo per citarne alcuni.

Se il più delle volte i colpevoli sfuggono alla giustizia,  non la scampa un tale Armigero da Monticello  che nel 1644 all’età di 35 anni viene impiccato sul pozzo della Porta e, benché confessato e comunicato,  sepolto in terra sconsacrata.

In quegli anni (ma l’uso continuerà fino all’Ottocento) c’è un eremita che vive nella chiesa extra moenia di Santa Maria di Loreto. Eremita in più di un caso ammogliato e con prole, ma comunque devoto e uomo di fiducia dell’occhiuto clero, addetto all’accoglienza dei viandanti che transitavano lungo la via di collegamento con Chieti e che non di rado passavano la notte tra le mura della cappella. Abbondano i cappellani, i sacerdoti, i chierici, anche questi a volte sposati o per lo meno non del tutto casti, ma assegnatari di cospicui benefici.

Il libro catasto della Università di Spoltore o Catasto preonciario redatto nel 1645 da Giovan Battista Matanj catastiero di Montorio con l’aiuto di alcuni  stimatori residenti descrive, almeno dal punto di vista economico, la realtà del paese.

All’epoca il feudatario è il marchese Angelo Pinelli, il Camerlengo Federico Tosco, il reggimento Marcantonio Sambuco. Di quest’ultimo i registri annotano nel 1622, anno di una grave epidemia forse di colera, la morte di tre figli piccoli, tanto che il cappellano estensore, limitandosi all’aggettivo parvulus, ne omette l’anno di nascita e il nome.

“Le poche famiglie benestanti – scrive Giustino Pace – vivono di rendita, garantite dal sistema tommolo per tommolo (…). Una trentina di altre famiglie sbarca il lunario coltivando il proprio terreno. La restante parte dei contadini si dividono in due categorie: i massari che, contratto l’impegno con il proprietario della masseria, si sforzano di ricavarne il necessario per sé e per il concessionario e i braccianti che si offrono quotidianamente ai vari conduttori”.

Riguardo la mancata indicazione degli artigiani e mercanti, sottolineata dal Pace nel Catasto preonciario, un riferimento attendibile è offerto, oltre che dai fondi notarili, dal regestro degli archivi parrocchiali che non mancano di annotazioni deltipo mastro pinciaro, mastro sartore, mastro ferraro etc.

Qualche annotazione amena viene dal libro dei matrimoni: nel 1762 Bartolomeo Spinosa di 48 anni (ma si trattava di una benestante famiglia di notari e dottori utroque iure) sposa Elisabetta Pasquale di 25. La sposa più giovane è Soladea Dell’Elce di anni 14 che nel 1756 si unisce in matrimonio con il diciottenne Giuseppe Treglia. La più vecchia, in prime nozze, è Anna Rosaria Di Cesare di anni 41 coniugata nel 1786 con Orazio Treglia trentaquattrenne che però è vedovo con prole. Tra i maschi il più precoce è Ermenegildo De Juliis  marito di Pulcherria (si spera di nome e di fatto) De Sanctis che di anni ne ha 23.

Ma per le nozze più curiose bisognerà attendere il 1807 quando la vedova Marianna Rosaria Appignani sposerà il ventiquattrenne giovane (come annota con un pizzico di malizia il canonico) Vincenzo Marino Di Marco.


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